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MAAM

Velia mi ha portato a scoprire un mondo popolato di opere d’arte vive.  In questi ambienti, appartenenti ad una ex fabbrica di salumi, passata alla proprietà di un gruppo romano delle costruzioni ma di fatto in stato di abbandono,  sono in parte occupati da una piccola comunità di immigrati e precari che la abitano abusivamente.  Accanto alle famiglie che vivono lì, negli ambienti un tempo adibiti a mattatoio, un notevole numero di artisti ha riempito spazi e superfici con opere e installazioni di notevole valore, artistico e ideale.

La cosa che colpisce appena entri negli spazi espositivi è l’odore, a tratti insopportabile, di muffe, umido e altro, non ben identificato.  Devi stare attento a dove cammini perchè i macchinari dismessi del salumificio ingombrano il passaggio, le opere sono dappertutto.  Gli artisti infatti si sono annidati, incastrati in ogni angolo, per lasciare le loro tracce. Questo fa sì che ogni metro quadrato sia denso di oggetti e di immagini.

Bebé Bang Bang

Sono andata lì per trovare e fotografare, Bebébangbang, una delle opere di Roberta Morzetti che costituiscono l’oggetto del progetto RO-MA, esposto in occasione della Rome Art Week 2018 da Pavart.

Un villaggio custodisce l’arte

La letteratura web sull’argomento MAAM è nutrita, e rimando al manifesto degli ideatori di Metropoliz,  ma anche ai contributi  critici di Art Tribune.  L’azione di Giorgio De Finis, sociologo e antropologo che ne è l’ideatore, oggi anche direttore del MACRO, non manca di generare critiche. Gli artisti invitati a contribuire a questo progetto di occupazione infatti, si pongono in contrasto con le politiche della museificazione dell’arte nel nostro paese. Nei giudizi dei visitatori, tuttavia, escono vittoriosi dal confronto con istituzioni blasonate (penso al MAXXI) che offrono assai meno cose da vedere, emozioni da provare, interrogativi da porsi: in breve molta meno arte del ventunesimo secolo.

Sorprende, nel fare una ricerca su Google, l’alto rating attribuito al MAAM, non già da riviste specializzate, ma da Trip Advisor.  In effetti l’esperienza del visitatore è forte, ricca, a volte un pugno nello stomaco, ma immersiva e stimolante.  Tutta l’operazione rappresenta un esperimento sociologico attuato per mezzo della leva culturale.  La comunità che abita gli spazi annessi all’ex salumificio è pacifica (molti bambini giocano e corrono all’aperto), coinvolta anche nella scelta delle opere da esporre, che sono sottoposte alla valutazione di un’assemblea partecipata.  Il risultato sociale è degno di osservazione. Qui si respira un’aria di piccolo villaggio abitato da famiglie, che custodiscono un contenitore, sgangherato, di tesori d’arte. Siamo molto lontani da altri luoghi occupati abusivamente, scenari desolanti di un degrado spesso irrecuperabile.  

Ora le sorti di questi spazi e di questa comunità sono appese al filo esile della politica che deve prendere decisioni, dettate dalle sentenze della magistratura, se vuole risarcire una proprietà defraudata, senza danneggiare il Museo e senza scaraventare in mezzo alla strada gente in cerca di riscatto. La presenza di opere di valore, (che cosa imbarazzante da dire), potrebbe essere in grado di frenare le ruspe più delle famiglie di immigrati.

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