I miei Saloni 2014

Anche io sono andata ai Saloni 2014 di Milano. Con occhio disincantato, cercando di non perdermi tra  i plotoni di giapponesi che trattano acquisti di forniture extra lusso, senza timore di distrarmi con le stravaganze progettate ad uso e consumo degli oligarchi di passaggio.  Sorrido tra me e me quando incrocio e schivo la falcata di qualche bambola bionda su trampoli altissimi, quando attraverso la folla che si ammassa negli stand più famosi.  Come da Cassina, che ha riempito tutto lo spazio a disposizione di cubi metallici riflettenti riempiti di aceri giapponesi le cui fronde leggere come piume  si riflettono  su tutte le superfici metalliche.  L’effetto, accentuato dal canto degli uccelli diffuso dagli altoparlanti è troppo bello perché l’attenzione riesca anche a fissarsi sui mobili esposti.  

 

Anch’io, dicevo, me ne sono andata in giro per la sterminata fiera e, per non perdermi, ho seguito il  filo rosso della ricerca della sedia perfetta per me.  La sedia infatti si può ritenere un buon indicatore dello stato dell’arte nel campo del design, e ne rende visibili alcune dinamiche produttive.

Se ti serve una buona sedia italiana, prodotta nel distretto tra Udine e Pordenone, una sedia che regga all’usura e che sia bella, di forme lineari e leggera, e poi di legno ma impilabile, la trovi ma la devi pagare sopra i 250 euro.  La più bella è ancora la Frida 752 di Pedrali non ci sono dubbi.  Leggerissima e lineare, supera i 500 + IVA.  Ma se si tratta di una casa middle class di architetti schizzinosi e un po’ hipster e se ne servono dieci, la spesa è oltraggiosa.  Non ho avuto neanche il coraggio di fotografarla.
Se invece sei disposto a rinunciare a qualcosa tipo: la leggerezza, tu architetto italiano ti ritrovi a considerare con favore il prodotto di uno dei vari fabbricanti polacchi, come Sed-ja magari ex dipendenti di fabbriche del suddetto distretto friulano, che si sono messi in proprio e che si presentano in fiera con uno stand semplice semplice, e che ti vendono quel prodotto, non proprio identico, ma in fondo, dai, quasi uguale, ad un prezzo vicino ad un quinto.  Però ripensandoci, la linea, insomma.  E il peso? Non ne parliamo.
Comunque la mia selezione, alla fine della fiera, è la sedia Sta di Zilio Aldodistretto della sedia friulano, naturalmente. Che poi è stata la prima cosa che ho visto appena iniziata la mia visita in fiera.  Non cercatela nel sito.  Non c’è.  
Insieme a questa metterei la sedia Chiaro, progettata da Leon Ransmeier per Mattiazzi.  Bella, una linea classica, ma con una leggerezza nuova, e il requisito importante di essere impilabile e in tanti colori. Anche questa non cercatela nel sito.
Se la sedia che cerco si può intendere come l’unità minima di contenuto e di tecnologia nell’industria dell’arredo e simbolo del design democratico di qualità c’è un altro elemento che mi ha stupefatto oltre le aspettative e si tratta della vasca da bagno.
L’oggetto che usiamo impropriamente per le nostre docce lampo, è il più nobile tra i sanitari, e appare, in questi tempi di crisi, il condensato di tutto lo sfarzo immaginabile, l’espressione dell’immaginario fiabesco più spinto,  feticcio per l’oligarca più spaccone.  Accessorio indispensabile da harem, restiamo a bocca aperta davanti all’esemplare in mosaico bizantino dorato, disponibile anche in versione baby solo per scoprire più tardi che esposta nei Saloni c’è anche la mitica vasca scavata in un unico blocco di cristallo di rocca, o quella in malachite.  In fondo che vuoi che sia, il prezzo è di poco sotto il milione.
A paragone la vasca Ofurò di Matteo Thun appare spartana, con i suoi soli 6000 euro.  Comunque non si può fare a meno di notare la perizia degli artigiani italiani, capaci di accontentare i capricci più spinti.  Non è una scoperta originale che l’Italia si a sempre di più la patria del lusso.  Non c’è plutocrate al mondo che non abbia come massima aspirazione quella di godersi la sua ricchezza con cose, cibi, paesaggi, atmosfere, vestiti, scarpe e chissà quante altre cose made in Italy.  Il problema è che per il mercato italiano, il mercato destinato alla classe media, non c’è più niente che sia made in Italy.  La gloria nazionale è in vendita sui mercati del lusso estero, mentre alle nostre esigenze ci pensa Ikea, che ai Saloni non ha nemmeno bisogno di esporsi. Mi chiedo anche che fine farà il design essenziale e democratico che piace a noi architetti, se una sedia ultraleggera monoscocca in legno italiana è in vendita a prezzi accessibili solo a compratori che però non ne sanno apprezzare il valore e che invece vanno pazzi per i lustrini.
Torniamo sulla terra.  La terracotta, anzi, il grès porcellanato non smaltato di Mutina negli innumerevoli pattern firmati dai più brillanti nomi del design, da Rodolfo Dordoni ai fratelli Bouroullec, da Tokujin Yoshioka e infine Patricia Urquiola, sono forse i prodotti che più mi hanno affascinato, per la ricerca e la qualità materiale.  Il calore e la semplicità coniugati all’eleganza, un prodotto senza confronti.  Superfici incise, punteggiate, striate, discretizzate, traforate per diventare partizioni trasparenti, una ricchezza semplice, accessibile e lussuosa al tempo stesso.  

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